SAMURAI, I GUERRIERI GIAPPONESI

17

Gen

SAMURAI, I GUERRIERI GIAPPONESI

Category : storia giapponese / by

I samurai 侍, o bushi, sono certamente i guerrieri più popolari e stimati della storia dell’umanità. Il loro coraggio, la disciplina, il senso dell’onore li colloca a metà strada tra la storia e il mito. Per 600 anni hanno dominato il Giappone, eppure la guerra era solo una delle arti alle quali dedicavano il proprio tempo.

LA NASCITA DEI SAMURAI

Possiamo dire che la storia dei samurai inizi nel VI secolo con l’arrivo in Giappone di una nuova religione, il Buddhismo, che porta alla nascita di tensioni e lotte all’interno della corte imperiale.
Non pensiate che queste lotte avessero a che fare con principi morali o altro! Si trattava, come sempre, solo di acquisire e mantenere il potere.
All’epoca il clima non era dei più sicuri e, per far fronte alle minacce, le famiglie coinvolte decisero di dar vita a delle squadre di arcieri a cavallo con scopi di difesa e di attacco.

Nonostante le diatribe interne, l’aristocrazia di corte di sforzava di centralizzare il paese e, nel tentativo di evitare che i vecchi clan locali sfruttassero queste milizie a loro favore, la fedeltà all’impero della nuova classe di soldati fu comprata attraverso l’offerta cariche di prestigio e anche terre.

Questi primi samurai non avevano nulla a che fare con la ricercatezza etica e la cultura che contraddistinguerà queste figure successivamente. Si trattava di “militari”, spesso ritenuti rozzi e ben poco considerati dai membri dell’aristocrazia.

IL PRIMO BAKUFU

Paradossalmente, nel IX secolo fu proprio la raffinatezza della corte a gettare le basi per il suo crollo. I signori locali, attratti dalla vita aristocratica, abbandonavano i propri possedimenti per trasferirsi presso la capitale, lasciandoli in mano agli amministratori. Quest’ultimi si affidarono a piccoli eserciti per far rispettare le leggi, ora che il governo centrale sembrava perdere lentamente la capacità di farlo.

Alla fine del XII secolo la corte imperiale perse tutta la sua autorità e la capacità di tenere unificato il paese: i clan militari delle provincie erano diventati forti e indipendenti.
La bilancia del potere pendeva ormai a favore dei guerrieri, lasciando alla corte imperiale semplici ruoli formali. Nel 1192 il capo del clan più potente, Minamoto no Yoritomo, si fece proclamare shōgun 将軍 dall’imperatore stesso e fondò il primo governo militare, detto bakufu 幕府.

Da questo momento in poi i samurai non saranno più solo soldati, ma diventeranno una classe sociale impegnata nella polita, nell’amministrazione e nelle arti.

LA FEDELTÀ E LA DISCIPLINA DEI SAMURAI

I samurai assomigliano un po’ ai cavalieri medievali europei. Entrambi sono nati in contesti feudali ed entrambi legavano la propria esistenza a un signore locale (daimyō, in giapponese) attraverso un giuramento di fedeltà.

Questo avveniva con una cerimonia durante la quale il samurai, inchinato, consegnava al suo daimyō una pergamena contenente il giuramento siglato col sangue. Da quel momento la sua vita sarebbe stata dedicata esclusivamente alle armi: equitazione, tiro con l’arco, spada e, ovviamente, combattimenti.

Oltre a questo, i samurai, in particolare quelli di rango più elevato, frequentavano i templi nei quali apprendevano le arti e la filosofia. In particolare, lo zen, con la sua enfasi sulla concentrazione, la determinazione e la caducità di ogni cosa, divenne uno dei pilastri del pensiero dei bushi e portò alla nascita dell’estetica del wabi sabi.

IL BUSHIDO

Il bushidō 武士道, via dei samurai, è il codice che regolava il pensiero e il comportamento dei samurai.

Le qualità principali di un guerriero erano:

  • Lealtà verso il signore
  • Senso del dovere   
  • Generosità
  • Tolleranza
  • Saggezza
  • Ponderazione
  • Coraggio

Esse non erano limitate agli scontri coi nemici, ma riguardavano la vita quotidiana ed erano il fondamento dell’onore di ogni samurai.

Perdere l’onore non era cosa da poco, per un samurai, e spesso le conseguenze erano fatali. Un guerriero che si fosse reso responsabile di un comportamento contrario al bushidō, avesse mosso delle critiche al suo signore o volesse evitare la morte per mano dei nemici si sentiva costretto a rimediare con il seppuku, il suicidio rituale.

Il seppuku 切腹, noto qui anche come harakiri, consiste nello sventrarsi con un pugnale o una spada corta e poi lasciarsi morire di una morte lenta e dolorosa. Come molto altro, anche il seppuku seguiva delle regole ben precise.

IL SEPPUKU

Il suicida doveva praticare il taglio da sinistra a destra e poi verso l’alto, rigorosamente in posizione inginocchiata in modo da impedire che il corpo potesse cadere all’indietro (posizione non onorevole per un combattente). Poi, il più fidato dei suoi compagni decapitava il suicida prima che il dolore potesse deformare l’espressione del viso. Il compito della decapitazione comportava una grande responsabilità: erano necessarie un’eccezionale abilità con la spada e un’incredibile gestione delle emozioni poiché un colpo inferto in malo modo non avrebbe fatto altro che peggiorare la sofferenza del suicida.

L’ultimo suicidio rituale avvenuto in Giappone risale al 2001, quando il judoka Inokuma Isao, probabilmente per via dei problemi finanziari della sua azienda.
Ma il caso più famoso accadde nel 1970. Lo scrittore Mishima Yukio, dopo aver occupato l’ufficio di un generale del corpo di difesa e tenuto un discorso che criticava aspramente la costituzione del 1947, praticò il seppuku. Sfortunatamente, il compagno che avrebbe dovuto decapitarlo sbagliò due volte il colpo e fu necessario l’intervento di un terzo uomo per porre fine alle sofferenze dello scrittore. 

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